C'è chi dice "Proust", chi sussurra "Musil", chi ammette "Joyce", chi
confessa "Tolstoj", chi ancora "Svevo", chi, a mezza voce, aggiunge "Flaubert,
Eco, Pavese". E poi: quante sono le case dove non esiste una Bibbia, il
libro più venduto al mondo? Poche, almeno nell'universo occidentale, ma
dall'acquistarla a leggerla il passo è lunghissimo. Benvenuti nel mondo dei
lettori bugiardi, anzi dei "non lettori" che citano però con sicurezza
incipit e risvolti di copertina di tomi mai aperti e consumati oltre la
prima pagina. Con un bel po' di cattiveria e di british humour, in vista
della giornata mondiale del libro, un sondaggio inglese ha "conteggiato"
quanti sono i lettori che confessano di aver mentito dicendo di aver
divorato classici in realtà conosciuti soltanto per sentito dire.
Una classifica del tutto particolare dove il 65% degli intervistati ammette
di aver pronunciato ben più di una bugia, raccontando ad esempio di aver
letto "1984" di George Orwell, "Guerra e pace" di Tolstoj (31%), "Ulisse" di
James Joyce (25%), o la Bibbia (24%). Motivo della bugia? Vergogna per la
propria refrattarietà a capolavori così noti, ma soprattutto così lunghi.
Una lista a cui Giuliano Vigini, direttore dell'Editrice Bibliografica, ma
soprattutto grande esperto di mercato editoriale, aggiunge alcuni nomi
notissimi dell'universo del "non letto", a cominciare da "L'uomo senza
qualità" di Musil, passando per la "Coscienza di Zeno" di Svevo, "Madame
Bovary", alcuni "capolavori italiani come "Horcynus Orca" di Stefano
D'Arrigo, molto citato, quasi mai aperto". Del resto, dice Vigini, oggi la
categoria più diffusa è quella del "lettore zapping", che vuole arrivare
velocemente alla fine del libro, e dopo 30 pagine "tende a lasciare lì il
romanzo, in un mercato editoriale che propone 160 novità al giorno, come non
sentirsi spaventati da volumi che sfiorano le mille pagine?".
In realtà si scopre che qualche bugia qua e là l'hanno detta un po'
tutti. Tranne forse Luciana Littizzetto, che confessa "di aver abbandonato
"Anna Karenina" talmente tante volte, da poterne citare a memoria l'inizio:
"Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece
disgraziata a modo suo"". Dice Littizzetto: "No, non ho mai peccato in
questo senso, anzi tendo ad arrivare fino in fondo ai libri, anche a costo
di indigestioni letterarie. Credo però che i lettori-mentitori siano una
categoria in crescita. Del resto basta andare su Google, dare una
sbirciatina, rubare qualche frase, ed ecco che si riesce a buttare lì quella
citazione che ti fa passare da gran sapiente".
Si confessa invece "leggermente bugiardo" Paolo Villaggio, che ricorda con
ironia "una sera, a casa di Alberto Moravia, mentii sostenendo di aver letto
Proust, era troppo ammettere in quel salotto, tra tutti quegli
intellettuali, che la Recherche mi aveva sempre annoiato in modo
insopportabile, per non parlare dell'Uomo senza qualità". Anni dopo,
aggiunge Villaggio, "ho mentito di nuovo spudoratamente, ma questa volta sul
film di Spielberg "E. T.", sembrava davvero un delitto non averlo visto...".
Ancor più inedita la "confessione" di un famoso industriale, Mario Moretti
Polegato, fondatore e presidente di Geox: "È successo poco tempo fa: a una
cena ero seduto di fianco a una giornalista di moda che per almeno dieci
minuti ha tessuto le lodi del bestseller "I love shopping"... era talmente
entusiasta del libro che non ho avuto il coraggio di dirle che non l'ho mai
letto, d'altra parte non è proprio il mio genere".
E se la bugia fosse invece cultura condivisa? "A volte si
mente su libri così famosi, così noti che sembra di averli letti - dice
clemente la scrittrice Paola Mastrocola - per quanto mi riguarda sì, credo
di aver detto bugie, su Proust ad esempio, mai arrivata in fondo... Mentire
sui libri però, affermando di conoscerli, è sempre meglio che negare di
essere appassionati di letteratura. È il paradosso che accade tra i giovani:
negano di amare la lettura per non passare per secchioni".
(6 marzo 2009)