Tamtam                                                                                   

 

Raspi

 

 

L'argomento dell'Aldilà, implicante la cosiddetta morte, non è gradito ai più. Ho composto 'musica' per sdrammatizzarlo. Durante la lettura togli ogni freno alla fantasia. Nei versi che seguono l'io parlante è «qualcosa» proveniente dall'Aldilà, da un'altra dimensione, che si rivolge a soggetti della specie umana, a me, a te, alla Terra....

 

 

 

Lascia questa tristezza e prendi la mia pena.

Lascia questo grigiore venuto con la luna.

Lascia questo splendore che sembra luccicare

e sali senza  pianti dal grande amato Padre.

 

Lascia che l’erba vergine cresca fra steli alti

portando nella luce gli uomini prescelti.

Lascia che nelle mani piagate dall’inverno

scenda la primavera per dare un lenimento.

 

Lascia che nell’argento compaia presto un simbolo,

immagine concreta di un messaggero fervido.

Lascia che la faretra si chiuda senza dardi

e il lungo panorama non abbia più contrasti.

 

Lascia che sia d’argilla il primo movimento

e salga a poco a poco col giusto nutrimento.

Lascia che ora la colgano le doglie anticipate,

se il corpo che gorgoglia rifiuta anche la pace.

 

Lascia che come vermi tenuti lungo il tratto

camminino più incerti per imparare in fretta.

Lascia che 'polifemi' privati del sostegno

imparino piangendo che non si uccide il regno.

 

Lascia che nelle alpi comincino i raduni

degli animali freddi che parleranno in seguito

e lascia che la bocca venuta dal risveglio

scenda a sperimentare per imparare meglio.

 

Lascia che gli arti monchi ancora molto piccoli

facciano da poppanti a semi già passati

e lascia che il mio suono non venga mal compreso

scambiando la radice e dando spazio al verso.

 

Lascia che tutto uguale sia detto e sia stampato

ché questo amore chiaro non veda presto il lutto

e lascia che la bimba di porpora vestita

non veda nell’armadio la nostalgia di terra.

 

E lascia che gli unguenti non vengano sciupati

con dotte spiegazioni che sembrano guidate

e ascolta nella sera chi dice cose sante

e lascia con fiducia il suolo più pesante.

 
 

 

 


 

Stanotte mani amiche non sono quei tentacoli

feroci e travestiti che cucinavan vomiti.

Questi non sono morbi e neanche crude voci

che, come spinte audaci, ti vogliono convincere.

 

Sono soltanto amori che forse non ricordi.

Un giorno tu viaggiasti e poi t’innamorasti.

Scegliesti un fiore dolce, vestito da poeta,

che visse mendicante con la ricerca lenta.

 


 

 


 

Ricordi, spettatore? Tu fosti più piagato

del morbo perituro che scelse il condannato,

ma quando le albe pronte s’accorsero del bruto

ti fecero solerte per contrastare il fatto.

 

Solerte è questo braccio che candido mi aspetta

e con la mano avida le note già si appunta.

Le note delle stelle adesso generose

che slacciano le gonne lasciando le promesse.

 

Le note son sorelle e s’imparentan subito

e danno, con la luce, la cintola che morde

e gridi che sei gaio, il cuore col tamburo,

per raccontare al sangue la storia del martirio.


 

 

 

 

 
 

Era la mia virtù, nel tempo ormai andato

e fui meravigliato in questo strano fosso.

Era la mia ferocia, lo scudo che brandivo

e mi chiamavo saggio, ma fui scagliato in basso.

 

Ero come l’asparago che rifiutò il terreno

del magro agricoltore che amava solo il fieno.

Ero forse testardo, ma nelle imprese giusto,

talvolta disattento, lo dissero piangendo.

 

Ero quel maniscalco che prese ferro fragile

e fece con un simbolo l’immagine richiesta.

Ero molto istruito su quelle strane formule

che restano nascoste fra mani che le raschiano.

 

Ero come il sapore del melograno acido

che rese i semi marci con liquido sbagliato.

Ero l’acerbo frutto di un albero diverso

che con le grucce morbide discese incespicando.

 

Ero la mente pavida che vide in cielo l’arpa

e con la fionda morta mandò messaggi astratti.

Ero una madre adulta... per insegnare ai glabri

la dimensione spenta creata con immagini.

 

Ero la lunga forma che scese sconosciuta

e prese dentro il corpo la vita ancora piccola.

Ero la saporita genziana coltivata

che scese sullo stomaco di gente malnutrita.

 

E uomo, fosti tu a richiamarmi subito

quando col cuore affranto ti definivi perso.

Eri tu la corona vestita per la festa

che rimandò l’impegno per quella sofferenza.

 

Ero la dolce liana che con segnali audaci

rimise nella sfera i germi  per mutarvi.

Ed eri tutto rosso, di macchie ricoperto,

per questo fui commosso nel prenderti dal fosso.

 


 

 


 

Stanotte con le stelle osservo il bel guanciale

di un sole risvegliato dal sonno celestiale,

di un sole che fumava la pipa degli arcangeli

e smise spaventato, ché un suono lo trafisse.

 

Ho visto sussultare la gola del sovrano…

e fare un salto in aria tornando poi seduto.

Ho visto sbalordito il cuore del canuto

e fatti strepitosi creduti ormai scomparsi.

 
 

 

 

 
 

 

Ripeto più paziente che note predilette

son scese per nutrire il tatto birichino.

Rispondo che la madre non vuole il burattino

al posto del soldato che sciolse il ferro duro.

 

Rispondo che nel baldo arciere decaduto

non c’era la vendetta del padre vendicato.

Ti dico di dormire e di cercare in sogno

il simbolo verace che spieghi il mio messaggio.


 

 

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Gennaio 2007

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