Tamtam

 


 

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Spugne




 

Hai letto la Divina Commedia? Paradiso, purgatorio ed inferno richiamano la cosiddetta morte, argomento di solito sgradito. Che cosa è, l'Aldilà? Ho provato ad immaginarlo secondo un modo corrente che spesso suscita sentimenti di paura. Durante la lettura lascia piena libertà alla fantasia. Nei versi che seguono l’io parlante è «qualcosa» proveniente  da questo misterioso mondo ultraumano o dalle tue congetture fantastiche  (o da noi stessi? Ho scritto i versi che seguono dopo la lettura di  alcuni particolari libri), che si rivolge all'uomo, alla Terra, a me, a te, alla collettività umana... Lasciati trasportare dal tamtam...

 

 

 

 

 

 

 

Ti parlo soltanto di ingressi trionfali  
riletti nel tempo, son pronti a mostrarsi.

Ti parlo di stelle vergate dal bruto,

salite piangendo, pulite, perfette.

 

Ti porto l’essenza che prende la terra

sciogliendone il cupo martello di rame.

Ti parlo di un sogno in cui ti fu detto

che l’aria respiri con ambra bruciata.

 

E parte la mano, si compie il progetto

e parte il pittore dipinto di bianco

e il cuore si arrende al moto crudele

che stringe con forza togliendo il respiro.

 

E grida la voce, si ferma di colpo.

Il sangue turbato da getti di fuoco...

e tace nel petto l’arcano divino

sorpreso di notte col muso ritorto.

 

Ma vengo a donarti, stasera, per sempre,

un bel biancospino da mettere al fuoco

e torno a parlarti di dame fatate

che cantano insieme per darvi la pace.

 

Si placa il dolore, ti vedo contento

e piangi d’amore, sei sveglio e splendente,

ancora turbato col cuore segnato.

L’ampolla ti porgo con atto solenne.

 

E bevi e si placa la sete insidiosa

che bussa da tempo per fare un po’ incetta

e bevi, fuscello ripieno di bile,

sputando d’un tratto. Ritorni di gelso.

 

E guardami adesso, io sono straniero,

da luoghi lontani ti porto un saluto.

Ti porto la gioia, ché adesso sei degno

del re che ti fece, in antico, compagno.

 

Ti porto, del figlio, un abbraccio sincero,

ma placa il dolore, non piangere adesso.

E’ bella la luna, è bello anche il sole,

è bella anche l’alba che ancora risale.

 

E’ bello il tuo sangue, è bella l’assenza

del corpo pesante che in basso trionfa,

è bello il mio canto, le belle parole.

Le porgo felice al minuscolo amore.

 

Riparto contento di averti rivisto.

Mi sento turbato nel luogo straniero.

Stanotte ti ho preso facendoti male,

per farti gridare la rabbia, anche il fiele.

 

E vomita, uomo, non sia più terrosa

la Luce che bacia la guancia arrossata

e vedo per terra le lacrime spente

e vedo le fiamme e vedo le ancelle.

 

E vedo nell’aria i simboli bianchi

che  vanno a braccetto cantando a dirotto.

Già sono lontano col cocchio, terrestre.

Ricorda, ti prego, il messaggio lasciato.

 

Ricorda, ti prego, che devi pregare

e sono sincero, non devi temere.

La luna mi guarda, non è soddisfatta.

“Non vedi che piange?”, mi dice inquieta.

 

Ma sono costretto… Ripeto daccapo

che devi soffrire per esser leggero

e questi ricordi non sono diademi,

ma sono progetti lasciati nei sogni.

 

Ma sono i miei prodi e sono tornati

e dissero ancora che vuoi rinnovarti

e guardo il tuo cuore e vedo le tracce

di un lungo cammino con felci piegate.

 

E vedo le madri e vedo anche il padre,

ma sono già stanco, non posso parlare.

Non posso nemmeno baciarti la bocca

ché sono straniero con aria rifatto.

 

 

 

 

Chi parla della vita
restando alla mia destra.

Chi dice cose nuove,
se io l’ascolto e piango.

 

Chi si fa serio e tace
porgendo il dono alato…

Chi dice: “Son tornato
di nuovo rinnovato”.

 

Chi porge nel cucchiaio
un balsamo feroce,

mi cuoce sangue e pelle
rendendomi più audace.

 

Chi non ascolta in lacrime
la madre e il padre affranti,

lo zaino sulle spalle
e il cuore gli si stacchi.

 

Chi non potrà sognarmi
e stare accanto e stringermi,

prenda quel viale in fondo
pieno di lupi avidi.

 

Chi sognerà la voce
di un menestrello marcio

segua chi è stato triste
e torni con ritardo.

 

Chi sulle stelle sputa
e strizza le comete

sappia che sempre attento
il Libro fa le smorfie.

 

Chi canta l’alleluia
mentre l’inverno torna,

non sia turbato e i venti
lo lasceranno in pace.

 

Chi perde al gioco tutto
e torna con baldanza.

Col gesto ripetuto,
la colpa sia mondata.

 

Chi soffre nel cipresso
mentre nell’aria spasima,

torni, ma la mia mano
soltanto là, lo colga.

 

Chi vomita coltelli
con lame curve in basso,

negli occhi ha solo strati
di immonda terra rossa.

 

Chi vede giallo il sole
e danza con il verde...

Chi vuole il mio colore
comprenda la mia voce.

 

Chi sale e non si attarda
con balli e larghi fianchi…

Chi sposa la mia vita,
ride, ché tutto salva.

 

Chi non mi dice amore,
stringendomi con gioia,

vede perire il suono
che gli porgevo piano.

 

Chi non mi vuole accanto
e calci al ventre scaglia,

resti col marcio in basso
mentre ritorno a casa.

 

Chi non è stato invano
ad ascoltarmi adesso,

ha ricevuto in dono
un bacio prelibato.

 
 

E sia sapiente il cuore.

Batta per farvi bene.

Ora riparto, uomo.

Ti bacio e me ne vado.

 

 

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Gennaio 2007

 

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